La Sardegna di oggi per la Memoria di domani
 

La magica bestialità del leggere assieme

Io, di solito, delle cose che scrivo, non ne so molto, e il fatto di non saperne molto, di solito, non è una cosa che mi impedisca di scriverne, mi piace parlare della mia ignoranza, è un tema che mi affascina, è una mia debolezza.
Questa volta, però, quando mi hanno detto che tra i temi di questo numero di Sardinia Post Magazine c’erano i festival letterari sardi, io mi son detto che, dei festival letterari sardi, non potevo dir niente, nemmeno indagare la mia ignoranza che sarebbe stata simile alla mia ignoranza sui festival letterari lombardi o veneti o campani, probabilmente. Poi, qualche giorno fa, dal comune di Cervia mi hanno chiesto di scrivere qualche riga sul concetto di partecipazione, e a me è venuto da scriver così: “Mi succedeva tutti gli anni, a un festival di poesia, che c’era una piazza, centinaia di persone che, guidate dalla voce di qualcuno che era in piedi su un palco, cominciavano a respirare insieme, come se fossero un’unica bestia; e io, che ero lì con loro, non ero più io, ero una parte di quella bestia. Non so cos’era, aveva qualcosa, è difficile usare la parola magia, ma era una specie di magia. Mi succede ancora con mia figlia e sua mamma; son dei momenti, ce ne son tre o quattro al mese, chissà cosa succede, chissà cos’è che li scatena, ma noi, in quei momenti lì, non siamo più tre, siamo un’unica bestia, ed è una cosa, non so come dire, commovente”.

Quel festival di poesia era in Sardegna, a Seneghe, si chiamava Cabudanne de sos poetas, che credo voglia dire Settembre dei poeti, e io ci sono andato per sei anni consecutivi ed è stata una delle cose più sensate che ho fatto, nella mia cosiddetta carriera di persona che scrive dei libri. Il che, comunque, mi vien da dire, resta un po’ poco. Allora, d’accordo col direttore, ho pensato che non avrei parlato solo dei festival letterari sardi, ma anche di un corso, letterario e sardo, che faremo quest’autunno a Cagliari; sarà un corso di scrittura e di lettura, e la parte di lettura consiste nel leggere Guerra e pace (nella traduzione di Pietro Zveteremich – Garzanti) in sette settimane, 207 pagine a settimana, 29 pagine al giorno, un’ora e mezza al giorno (sono pagine grandi): quarantanove giorni faccia a faccia con Guerra e pace, che è una cosa che ho già fatto a Bologna e a Milano e che in Sardegna sono convinto che sarà una cosa diversa, perché quello lì è un libro che, tutte le volte che l’ho letto, a me è sembrato un libro nuovo. La penultima volta, mi stavo separando dalla mamma di mia figlia, mi sembrava che Guerra e pace parlasse della separazione tra me e la mamma di mia figlia, della fine di quella bestia di cui si diceva sopra, che invece poi non era mica finita si era sbagliato, Tolstoj (scherzo).

Il corso, organizzato dall’associazione Malik (laboratori@associazionemalik.it) è dentro una rassegna letteraria che si intitola I libri aiutano a leggere il mondo, che è un titolo che a me sembra un po’ ottimista, ottimismo sardo, probabilmente.

Io non lo so se aiutano, o, perlomeno, non so se tutti aiutano, sono più pessimista, probabilmente, l’ultima volta che sono stato a quel festival di Seneghe io stavo così bene che mi è venuta in mente una frase di Zavattini che, presentandosi a Franco Maria Ricci scriveva: “Sono un pessimista, ma me ne dimentico sempre”, e mi è sembrato di esser così anch’io.

Il corso su Guerra e pace, ad ogni modo, lo faccio lo stesso, anche se è dentro una rassegna con un titolo così ottimista, e credo che mi succederà ancora una cosa che è successa al protagonista de La Certosa di Parma, Fabrizio Del Dongo, che, intanto che era alla battaglia di Waterloo, ogni tanto si chiedeva “Ma veramente io sono alla battaglia di Waterloo?”. E dopo che era stato alla battaglia di Waterloo, ogni tanto si chiedeva “Ma veramente io sono stato alla battaglia di Waterloo?”. Ecco. Io, tutte le volte che ricomincio a leggere Guerra e pace ogni tanto mi chiedo “Ma veramente io sto leggendo Guerra e pace?”.

Paolo Nori

 

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